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RASSEGNA STAMPA DEL 07-10-2015

da Il Fatto Quotidiano
SCUOLA, SALARI BLOCCATI E SCARSA CARRIERA: GLI INSEGNANTI ITALIANI AGLI ULTIMI POSTI IN EUROPA PER STIPENDIO
Rapporto Euridyce: i professori italiani a metà della classifica europea per reddito, con un massimo (lordo) attorno ai 39mila euro, contro i 125mila euro dei colleghi del Lussemburgo – i più pagati – e i miseri 6mila dei colleghi bulgari. Oltre al valore assoluto pesa soprattutto il tempo necessario per raggiungere il limite salariale: 40 anni da noi, 20 nel Nord Europa, solo 10 in Irlanda
di Lorenzo Vendemiale

Prima di varare “La buona scuola”, nel suo discorso di insediamento al Senato, Matteo Renzi aveva detto di voler “restituire valore sociale agli insegnanti”. Per il momento, però, i docenti italiani restano fra i meno pagati di tutto il continente. E sono gli unici, insieme a quelli di pochi altri Paesi, ad avere da anni lo stipendio bloccato.
È quanto emerge dall’ultimo studio di Eurydice, rete che fornisce informazioni e analisi sui sistemi educativi all’interno dell’Unione. Il rapporto Teachers’ and School Heads’ Salaries and Allowances in Europe – 2014/2015 (Salari dei docenti e dei dirigenti scolastici in Europa) contiene numeri poco lusinghieri per la nostra scuola. Lo stipendio di un insegnante italiano va da un minimo di 23.048 euro lordi nella scuola primaria e dell’infanzia, ad un massimo di 38.902 euro nella secondaria di secondo grado (i licei). Tutti compensi che al netto si riducono di circa la metà (difficile superare i 1.800 euro al mese). Soprattutto, compensi che sfigurano al confronto dei vicini di casa. In Spagna un insegnante può guadagnare fino a 46.513 euro, in Francia fino a 47.185 euro, in Germania addirittura fino a 70mila euro. Eurydice ci colloca nella fascia centrale della classifica degli stipendi: lontanissimi dai miseri 6mila euro dei prof della Bulgaria, ma anche dai 141mila euro di quelli del Lussemburgo, in testa alla particolare graduatoria.
Non sono solo i valori assoluti a giocare a sfavore degli italiani. Il nostro Paese è anche quello dove esiste uno dei minori scarti del continente fra il minimo e il massimo salario che un insegnante può conseguire nel proprio percorso di carriera. Una delle questioni su cui più ha insistito il governo, che ha tentato di imprimere una svolta meritocratica all’avanzamento stipendiale. Prima tentando di abolire gli scatti di anzianità, poi ripiegando su un meccanismo di bonus supplementari. Il confronto col resto d’Europa, però, dimostra come il cosiddetto “primo contratto” sia molto vicino a quello degli altri Paesi (intorno ai 25mila euro), mentre la forbice si crea nel progresso degli anni. La differenza non è tanto nel come (per merito, o anzianità), ma nel quanto. All’estero la busta paga cresce di più e più velocemente: in Italia per toccare il massimo bisogna prestare 40 anni di servizio, nel nord Europa (Danimarca, Finlandia, Scozia) solo 20, in Irlanda del Nord appena 10.
C’è un dato su tutti, però, per cui l’Italia è fanalino di coda nel continente. Mentre più o meno ovunque negli ultimi anni gli stipendi sono aumentati, gli insegnanti italiani sono gli unici – insieme a quelli di Grecia, Cipro, Lituania, Slovania e Liechtenstein – ad avere lo stipendio bloccato. Da noi, addirittura dal 2010 (misura valida per tutti gli statali, e di recente dichiarata illegittima dalla Consulta). Adesso verranno avviate le trattative per il rinnovo del contratto e arriveranno le misure de La buona scuola: i bonus meritocratici (per alcuni, non tutti), la “carta del prof” con 500 euro da spendere in formazione. Piccoli passi in avanti. Ma la strada da fare per avvicinarsi al resto d’Europa è ancora molto lunga.

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